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Per i lettori

Care lettrici - Cari Lettori

Sei in Valle è un contenitore culturale, un trimestrale che lancia con questa periodicità dei temi stimolanti, intriganti. Li lancia come una sfida per i nostri collaboratori che scrivono nella propria rubrica dedicata e per chi ci legge, mosso da una sana curiosità. A voi la scelta! Leggere partendo da un tema o farlo consultando la rubrica che più vi interessa.

Il bardo e l'alchimista

Musicisti magici

di Franco Ferramini

onde sonore
Ascoltare la musica trasporta la mente in un'altra dimensione. Spesso fa dimenticare gli affanni della vita, raddolcisce momenti aspri, riconcilia col mondo.

Quelle sette note suonate con un’infinità di strumenti o cantate con la voce umana possono portarti in un mondo di magia, dove tutto non è più reale, dove i dispiaceri si allontanano e s’incontrano personaggi che nella vita reale non esistono. O forse esistono e non lo sappiamo. Ricordo un episodio di un bellissimo film del 1979, «Cristo si è fermato a Eboli» di Francesco Rosi, tratto dal libro di Carlo Levi, in cui un povero esattore delle tasse incontra il protagonista, interpretato dal grandissimo Gian Maria Volonté. Quest’uomo si sfoga, la gente lo odia, lo insegue col fucile. La sua unica consolazione un clarinetto, che lui estrae a un certo punto della scena: inizia a suonare note dolcissime, davanti al camino di una misera casa contadina, con donne anziane e un cane accucciato. Una scena capolavoro in un film stupendo, che fa comprendere esattamente uno dei compiti più importanti della musica: l’estraniazione dal «Mestiere di vivere», per dirla alla Cesare Pavese, la consolazione dalle inevitabili difficoltà delle nostre esistenze.

Esiste un intero mondo di fiabe, di leggende, un universo al confine tra magia e spiritualità, dove ci si può letteralmente perdere in note perdute nel tempo e ritrovate, musiche rispolverate e messe a nuovo in chiave moderna, senza mai perdere d’occhio l’origine vera di tutto ciò: la musica popolare. In quell’ambito compaiono boschi incantati, personaggi misteriosi, elfi, gnomi, fate e maghi, cavalieri e animali più o meno di fantasia. Ma sarà davvero fantasia? O quel mondo, magari in un universo parallelo, esiste davvero?

Uno strumento musicale può evocare magia, ci sono però alcuni di questi, e uno in particolare, che rende perfettamente questo effetto ogni volta che vengono pizzicate le sue dolci corde. L’arpa crea sospensione nell’ascoltatore, lo porta immediatamente in un mondo molto diverso dalla moderna quotidianità occidentale di tutti i giorni. L’arpa è lo strumento magico per antonomasia.

Jord Cochevelou era un impiegato al Ministero delle Finanze francese. Costui era, però, anche un eccellente musicista e liutaio per passione e aveva un sogno: ricostruire un’autentica arpa celtica, uno strumento che da secoli non si vedeva più. Studiò disegni e tradizioni antiche e nel 1953 il suo sogno si avverò. La magica arpa celtica era di nuovo realtà. Jord Cochevelou aveva un figlio, un bambino prodigio, di nome Alain. Il 23 novembre 1953, alla Maison de Bretagne di Parigi, quello strumento risuscitato fu affidato alle mani di Alain, un bimbo di soli nove anni. Fu così che rinacque l’arpa celtica e nacque un mito musicale, un gigante della musica popolare (e non solo), Alan Stivell.
Alain Cochevelou, assunse infatti il cognome d’arte Stivell, e cambiò il nome da Alain ad Alan. Dicono le cronache che il cognome Cochevelou derivi dal mal francesizzato termine bretone «Kozh Stivelloù», tradotto 'vecchie fonti'. Alan decise quindi di tornare bretone, col cognome Stivell. Alan Stivell è un musicista magico, oltre che un colosso della musica del nostro tempo. Chi scrive lo ricorda in un concerto in un’estate di qualche decina di anni fa a Villa Litta a Milano. Vedere l’immagine di lui e della sua arpa riflessa durante il concerto sui muri di quell’antica costruzione milanese, è un ricordo ancora vivo nella mente, una magia rimasta nel tempo a testimoniare evocazioni di note sospese negli anni e atmosfere forse irripetibili.

Il primo vero album significativo di Alan Stivell è «Reflets» del 1970, preceduto dal singolo 45 giri «Broceliande». Broceliande è la foresta di Paimpont, il bosco magico presso cui sono ambientate diverse leggende del 'ciclo bretone' narrate da Chretien de Troyes. Lì, per convenzione radicata nei secoli, sono ambientate tutte le famose storie della «Tavola rotonda» di Re Artù e Lancillotto. In quel luogo magico e misterioso esiste ancora l’albero in cui Viviana, la Dama del Lago, ha imprigionato Mago Merlino. Nel ritornello della sua bellissima canzone, cantata quasi tutta in francese, Alan suona con la sua arpa e dice nel ritornello, nella complicatissima lingua bretone: «…dove sei tu Broceliande? Viviana, Merlino, dove sei tu Broceliande? Sogno lontano, sogno misterioso…». Spesso spiritualità e leggenda si fondono nella magia.

Come non considerare magica la leggenda bretone della mitica isola di Ys, musicata meravigliosamente dal bardo celtico Alan nel suo brano tratto dall’album «The renaissance of the celtic harp» del 1971? Ys era un’isola edificata dal re di Cornovaglia Gradion per la figlia Dahut. Fu costruita sotto il livello del mare, circondata da dighe per proteggerla dall’oceano. Il re affidò le chiavi delle dighe alla splendida Dahut. Di lei s’innamorò un giovane straniero che riuscì a impossessarsi delle chiavi delle dighe, ma costui era il demonio personificato e aprì le dighe. L’isola fu sommersa, e il re e sua figlia riuscirono a salvarsi per miracolo, ma nel tragitto in mare per salvarsi Dio ordinò al re di gettare in mare la bella figlia, perché ormai perduta e posseduta dal demonio. E il re compì questo tragico e orrendo atto. Dahut si trasformò in una sirena che con il suo dolce canto incanterà nei secoli tutti i marinai che passeranno nei pressi di questa mitica isola bretone. Le leggende, le fantasie, e le magie spesso sono tremende, anche se la cronaca di questi anni ci ha abituato spesso a sentirci raccontare orrende realtà al di là delle più turpi fantasie. L’album sopra citato, da cui è estratta questa magica favola in musica, fu un enorme successo discografico in tutto il mondo e contribuì in maniera determinante alla conoscenza della musica celtica e della sua arpa caratteristica con le corde in metallo, un suono brillante, deciso, saltellante e giocoso, com’è in genere da che mondo è mondo la musica popolare.

Alan Stivell, Olympia 17 marzo 2018

Alan Stivell ebbe la sua definitiva consacrazione nell’Olimpo dei grandi artisti internazionali con l’album dal vivo all’Olimpia di Parigi del febbraio 1972. «All’Olimpia» fu prodotto nel maggio 1972, ed era la registrazione di un portentoso e trascinante concerto tenuto in quella sede il 28 febbraio 1972. Per la prima volta Alan si circondò di nove musicisti, tra cui il fidato chitarrista Dan Ar Braaz. L’Olimpia di Parigi a quei tempi era un teatro ancor più prestigioso di quanto lo sia adesso. Durante quel concerto avvenne che un popolo intero, una cultura popolare a quel punto non solo bretone ma di tutti i paesi celtici, s’impossessò della Francia e si fece conoscere al mondo intero. Duemilacinquecento spettatori gioiosamente trascinati dallo spettacolo nel teatro, persino gli agenti di guardia ballarono. L’emittente radiofonica Europe 1 lo mandò in onda con sette milioni di ascoltatori in diretta. Il disco, pubblicato nei mesi successivi, vendette oltre due milioni di copie in tutto il mondo.

La proposta di Alan di fondere antiche sonorità celtiche con gli strumenti elettrici del rock piaceva molto. Nacque il filone di quello che si sarebbe definito folk-rock. Spesso la magia è nascosta anche in queste esplosioni di successi. Solo un mago può improvvisamente far apparire un oggetto, un accadimento, un evento memorabile. Tra i brani di questo concerto, che invito il lettore ad approfondire, uno di questi evocava Oberon, antico personaggio delle «Chanson de geste», ripreso poi anche da Shakespeare nel suo «Sogno di una notte di mezza estate». Oberon era il re delle fate, «The king of fairies» come si chiama il pezzo. Una ballata di origine irlandese, a testimoniare ormai la dimensione interceltica di Alan. Tutti i popoli di origine celtica, e non solo, adoravano ormai questo moderno bardo. «The King of the fairies» è un mulinello, un rullo, una bobina, tutti termini tecnici che stanno a indicare quelle danze che iniziano relativamente lente per poi acquisire via via velocità, fino a creare una sorta di competizione a chi regge il ritmo tra coloro che ballano questa musica. Se il re delle fate viene suonato e chiamato in una festa per più di tre volte, costui deve apparire. Ma attenzione, se la festa e l’ambiente gli piacciono, tutto andrà bene, ma se qualcosa non gli va a genio potrebbero esserci grossi guai.

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foto: Alan Stivell

La fama di Alan Stivell crebbe a dismisura. Per una volta, perché spesso non accade, il bambino prodigio mantenne le promesse. Divenne un esponente di quella che negli anni successivi sarà definita 'World music' collaborando con grandi artisti internazionali di tutte le etnie e culture. Ma il tocco pizzicato di quelle corde accompagnato dalla sua calda e profonda voce, ogni volta crea una magia che va al di là delle leggende raccontate nei suoi brani, quell’atmosfera ti trasporta in universi inesplorati, dove tutto appare in una dimensione diversa dalla spesso triste realtà di tutti i giorni. Frequentemente abbiamo bisogno di magia, quella sana, non quella dei ciarlatani.


Avviso di servizio

Ora vi darò un 'avviso di servizio': il 23 marzo 2019 Alan Stivell terrà un concerto a Morbegno, in provincia di Sondrio. Disponibilità di biglietti permettendo (sarà dura), non posso fare altro che invitare il lettore ad esserci, per ascoltare dal vivo, a pochi metri da lui, questo immenso artista, che il 6 gennaio 2019 compirà settantacinque anni. Auguri sempreverde bardo bretone!


Charterhouse School, nel Surrey, cinquanta chilometri a sud-ovest di Londra, è una delle più antiche e prestigiose scuole britanniche, dove arrivano i figli delle famiglie inglesi più in vista. Nel clima rigido di quella scuola, dove gli studenti devono solo studiare e studiare, con pochissimi svaghi extra, lontani dalle famiglie per tre trimestri, nei primi anni Sessanta fece capolino una consolazione, una via di fuga che diventò una forma di segreta condivisione di un piacere non ammesso dalle rigide gerarchie scolastiche. I Beatles e i Rolling Stone fecero capire a quei ragazzi che, fuori da lì, poco distante, stava iniziando una rivoluzione musicale e di costume senza eguali nella storia recente della musica. In quel rigoroso e formale ambiente si incontrarono per la prima volta nel 1963 Anthony George Banks e Peter Brian Gabriel, nati nel 1950 ed entrambi provenienti dal Surrey. Nella primavera del 1965 arrivarono altre due matricole: Michel John Cloete Crawford Rutherford (1950) e Antony Edwin Phillips (1951). Suonavano tutti, si annusarono musicalmente, si piacquero e grazie al contatto con un vecchio studente di quella scuola che aveva già conseguito un certo successo, Jonathan King, riuscirono da minorenni ad avere un contratto con la prestigiosissima casa musicale Decca. Così, in breve, nacque uno dei più grandi gruppi della storia del rock: i Genesis. Vide la luce il loro primo album, «From Genesis To Revelations».

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Genesis, 1973 foto: musicaficionado.blog

Direte voi, cosa c’entra tutto ciò con la magia? Arrivo, arrivo a quello, un po’ di pazienza. Il 23 ottobre 1970, fu pubblicato il loro secondo album, «Trespass». Il 18 luglio di quell’anno, dopo un concerto, Anthony Phillips abbandonò la band e arrivò come batterista Philip David Charles Collins, classe 1951, un carattere diverso dagli altri. Estroverso, aveva suonato addirittura le congas in un disco di George Harrison. Il suo buon carattere, la sua capacità di sdrammatizzare migliorò gli equilibri all’interno del gruppo. Subito dopo entrò Stephen Richard Hackett, debuttò col gruppo il 14 gennaio 1971, prima data ufficiale di quella dei Genesis che venne considerata come formazione 'classica'. Gli ultimi due arrivi erano di estrazione sociale più 'normale' e ciò migliorò di molto la dinamica del quintetto.
Gli impegni live aumentarono, la fama crebbe, i dischi si vendevano sempre di più, il 12 novembre uscì il terzo album, «Nursery Crime». Il quarto album, forse il migliore fino a quel momento senza nulla togliere agli altri, fu «Foxtrot», pubblicato il 6 ottobre 1972.

La magia? Ci arrivo, ci arrivo se proprio non vogliamo considerare, in senso forse un po’ troppo 'allargato', magia anche tutto questo. Il 12 ottobre 1973 uscì «Selling England By The Pound», il quinto album. Tutta questa breve introduzione è stata necessaria per arrivare a capire di cosa sto iniziando a scrivere. Ogni album di questo gruppo richiederebbe un articolo a parte, e non è detto che in futuro non ci siano occasioni per tornarci in modo più approfondito.

Alan Stivell rappresenta la magia in musica dei Maghi Merlino, delle fate, dei boschi incantati, quella della musica popolare, delle fiabe e delle antiche credenze. Alchimia, sciamanesimo, occultismo, al confine tra falsa scienza e spiritualità, sono però altre forme di magia, forse più oscure e meno rassicuranti, spesso lasciate latenti nelle nostre paure e nei nostri inesplorati inconsci.

Il 18 novembre 1974 fu pubblicato, etichetta Charisma Records, il sesto album dei Genesis: «The lamb lies down on Broadway». Fu il primo vero e proprio 'concept album' dei Genesis, come si usava spesso a quei tempi. Erano dischi in cui veniva sviluppato un tema unico, una storia ricorrente in tutti i brani, quasi un opera rock. I testi quasi tutti di Peter Gabriel, le musiche del resto del gruppo. «The Lamb» fu anche un musical teatrale, con una tournee mondiale; la prima rappresentazione il 20 novembre 1974 a Chicago, la centoduesima e ultima a Besancon, in Francia, il 22 maggio 1975. Per l’epoca furono usati accorgimenti tecnici all’avanguardia: tre schermi dietro ai musicisti, otto proiettori dai quali venivano trasmesse 1450 diapositive, contenute in 18 cassette, il tutto ovviamente in sincrono con lo spettacolo e con la musica. La storia ha molto di magico e di favolistico. Una fiaba oscura però, una trama complessa che molti hanno definito alchemica e sciamanica. Il protagonista è Rael, un teppistello immigrato portoricano a New York. L’attore unico in carne e ossa è chi canta, ovviamente Peter Gabriel. Rael, giubbotto di pelle, maglietta bianca, jeans, cintura con borchia e scarpe sportive, sopracciglia marcate e make-up marrone, appare in scena con lo sfondo di immagini di Manhattan. Poi compare un agnello, e con il brano «Fly On A Windshield», tra nebbie misteriose, inizia il nostro viaggio magico e psichedelico . «The Lamb» è un doppio vinile, la prima facciata è la parte iniziale del percorso alchemico. Dal mondo in superficie di New York alle viscere di quella città, rappresentate come inconscio, visioni oscure, trasformazioni, personaggi e situazioni irrazionali, catartiche o mostruose.

Possiamo tranquillamente dividere l’opera in quattro ipotetici atti, definiti dalle quattro facciate del doppio vinile. Nel primo Rael si risveglia in un bozzolo, «Cuckoo Cocoon», con qualche soave nota del flauto di Peter Gabriel, poi nel brano «In the Cage» lo troviamo in una caverna, imprigionato da reti-stalattiti stalagmiti. In «Grand Parade of LIfeless Packging» si trova in mezzo a esseri umani che sfilano impacchettati. Il viaggio continua nel secondo atto-facciata, ottima musica suonata dai musicisti, grande performance dell’unico 'front-man' di quest’opera, Peter Gabriel. Il protagonista Rael si trova alle prese col sesso, eseguendo un ironico studio sulle zone erogene, nella brillante marcetta «Counting of Time». A un certo punto si trova in un corridoio rosso, intorno a lui esseri umani striscianti, in fondo una fessura verso la quale arrivare con fatica. È la splendida «The Carpet Crawlers», brano che diventerà anche un singolo. Mi soffermo un attimo su questo pezzo. Il testo recita «Una salamandra si getta tra le fiamme per essere distrutta». Il noto alchimista Paracelso (1493-1541) riteneva le salamandre creature del fuoco che non si possono confondere con gli uomini, al contrario delle creature acquatiche. In questo brano Rael è intrappolato nel corridoio rosso, ma dice «… c’è un'unica direzione nei volti che vedo, guardano in su verso il soffitto, dove si dice ci siano le camere. Come la foresta è attratta dal sole, che ha radici in ogni albero, sono spinte da un magnete, ma credono di essere libere. Le creature striscianti avvertono chi le chiama… dobbiamo entrare per poter uscire… dobbiamo entrare per poter uscire…». Molti (quasi tutti) i testi di quest’opera sono arcani, pervasi da una spiritualità esoterica, sciamanica.

Peter Gabriel era molto affascinato da un regista messicano, Alexander Jodorowski, soprattutto dal suo film «El topo». Nei film di questo autore si trovano spesso riferimenti all’occulto: dall’alchimia alla dottrina di Gurdijeff (citato in un mio precedente articolo quando scrivevo di Battiato), dalla Cabala ai Tarocchi. Jodorowsky svilupperà la Psicomagia, una bizzarra disciplina che a suo dire sarebbe «Uno sviluppo della psicanalisi perché lavora con elementi della magia tradizionale senza la superstizione, senza mistero». Ci sono molte citazioni di Jodorowsky nell’opera dei Genesis. Gabriel avrebbe voluto farne un film con lui, come già successe per altre opere-rock, ma purtroppo non se ne fece nulla. All’uscita di quello strano corridoio rosso Rael si trova in una stanza con 32 porte, «The Chamber Of 32 Doors». Nella Cabala Ebraica trentadue sono le vie della saggezza rappresentate con l’«Albero della Vita». Qui si entra in complicatissime formule al confine tra magia e spiritualità, che non capisco ne capirò mai e nelle quali non voglio minimamente addentrarmi. Rael trova una soluzione grazie alla vecchia signora «Lilywhite Lilith». Così Rael si trova in una sala d’attesa, «The Waiting Room», fino all’apparire sugli schermi del «The Supernatural Anaesthetist», la figura nera e angosciante della morte. Da lì la rigenerazione, e Rael si trova in un luogo magico, una piscina di acqua rosa profumata in cui conosce le lamie, «The Lamia», le donne serpente della mitologia greca, simbolo della tentazione. Qui Peter Gabriel entra in scena in tuta bianca, in una campana di tessuto anch'esso bianco e illuminato che ruota sempre più velocemente, lui dentro a cantare come sempre, fuori i disegni con le forme seducenti delle lamie. Il protagonista uscirà da questa scena perduto, emergerà dalla campana bianca con le mani tra i capelli dopo aver consumato un rapporto sessuale per il quale, nel quarto e ultimo atto-facciata, subirà punizioni, è il caso di dirlo, mostruose. Il rapporto con le lamie trasformerà Rael in una creatura amorfa, orrenda.

Peter entra in scena con un costume orribile. Il bel Peter Gabriel si muoverà per il palco e canterà «The Colony of Slipperman» dopo essere uscito da un gonfiabile, con un costume enorme che rappresenta un viso informe, pieno di enormi vesciche e foruncoli purulenti, ogni tanto si avvicina a una pompa per gonfiare dei palloncini-testicolo ballonzolanti all’altezza del pube. Una scena, se vogliamo, kitsch in modo agghiacciante, ma la voce è quella di Peter e la musica è quella dei Genesis, che tutto possono. Ma i colpi di scena non sono finiti. Rael incontra per la seconda volta il fratello John, che gli rivela che per tornare se stesso deve andare dal Dr. Dyper a farsi castrare. Una volta eseguita l’operazione, un corvo, «The Raven», ruberà il tubo che contiene il membro reciso. Rael insegue il corvo, «Ravine». Nello stesso tempo vede le immagini di Broadway, dove vorrebbe tornare, nella dolce «Light Lies Down on Broadway» e scopre che il fratello è caduto nel fiume. Tra il rincorrere il corvo, tornare nella dolce Broadway o salvare il fratello, Rael non ha dubbi, «Riding The Scree». Una volta eseguito il salvataggio, in «In The Rapid», il protagonista scopre che il fratello ha il suo stesso volto.

Il finale è altamente spettacolare: l’opera finisce in crescendo tra luci al magnesio e immagini che scorrono sugli schermi fino a che lo spettatore vedrà due Peter/Rael identici ai lati opposti del palco. È impossibile per qualche secondo capire qual è il manichino e quale il personaggio in carne e ossa. Rael ha scoperto il lato inconscio, arcano della propria personalità, una nebbia purpurea invece di quella grigia dell’inizio e lo spettacolo finisce con il criptico brano «it», e quelle due lettere che compaiono sugli schermi. Sarà l’ultimo lavoro di Peter Gabriel con i Genesis.

Il 18 agosto 1975 Gabriel ufficializzò la sua uscita dal gruppo. Probabilmente la sua presenza era troppo catalizzante su se stesso, pubblico e critica erano su di lui, trascurando troppo gli altri componenti del gruppo. Sicuro è che la sua figura, anche da solista, è sempre stata circondata da un alone di magnetismo. Un personaggio affascinante, sempre a voce bassa (nelle interviste devono sempre alzare al massimo il volume dei microfoni), una passione mai nascosta per l’esoterismo. Salvo poi ricondurre sempre tutto alla realtà, magari con una bella risata. La sua passione per l’Africa, per la sua cultura, per la sua musica, rivela da sempre la sua attenzione al soprannaturale. Ma Peter Gabriel è sempre stato troppo bravo e intelligente per esserne travolto. Un uomo e un artista sempre lucido, anche se le sue allucinazioni creative di «The Lamb» possono far pensare il contrario.

peter gabriel 1280Spesso ci vuole un prepotente tocco magico per rimanere ancorati alla realtà. La magia, quella vera, non quella dei ciarlatani, esiste dove la nostra mente è ancora capace di sognare, di cogliere i lati belli (o brutti) della vita con un atteggiamento curioso, attento e desideroso di non fermarsi alla superficialità delle cose. Cercare una bacchetta magica, un chiavistello che ci possa aprire la mente, degli 'occhiali rosa' che ci facciano vedere la realtà un po’ meglio di come spesso è, questa dovrebbe essere la nostra missione. Bisogna essere un po’ 'stregoni', alla Peter Gabriel, per rimanere ancorati al raziocinio e interpretare nel giusto modo i casi della vita. Senza paura.

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