Il male, da che parte sta?

Da Arthur Rimbaud a Silvya Plath

di Romina Poli

The Absinthe Drinker by Viktor Oliva 1024

Il bevitore di assenzio, di Viktor Oliva

Metti un tavolo con quattro sedie in una sera d’estate, un buon assenzio che distolga la lingua dai freni del sé, e quattro poeti di età, sesso, ed epoche differenti. Di cosa parlerebbero?


«Cosa pensi del male lady Sylvia?», rompe il silenzio dei pensieri un interrogativo e curioso Nietzsche, rivolgendosi alla giovane donna dagli occhi pesanti che gli siede accanto.
«Per me il male… è l’esistenza stessa», risponde senza esitazione alcuna.
«Comprenderti non mi è difficile giovane donna dalla vita incerta, anche se i miei pensieri vertono verso un varco di speranza differente», le si contrappone un uomo dal tono posato, il cui nome è Montale.
L’ultima figura seduta al tavolo non commenta… Si limita ad un sogghigno con il labbro ed il sopracciglio per accordarsi ad una saccente verità, senza svelarne il proprio più intimo pensiero. Rimbaud, il poeta maledetto.
Il male.
Tanti, e pressoché inconcludenti, i tentativi di dare una definizione generale a tal parola-concetto-sentire.
Letto nel gergo comune come contrapposizione al bene, etichettato come tutto ciò che è irrispettoso della morale, inadeguato alle circostanze o non corrispondente al desiderio e alle attese.
Il male, in prima battuta, viene inteso quindi come parte esterna, che tocca il nostro sentire, trasformando una sensazione in negativa, inadeguata al bene, ma pur sempre derivante da fattori o comportamenti dovuti a terzi. Mentre un’altra concezione del male, è intesa come parte integra a se stessi, che nasce, cresce e si diffonde dal proprio io, verso esclusivamente il proprio abisso. Il cosiddetto «male di vivere».
Il male, quindi, da che parte sta? Sta dentro oppure fuori? Ovunque?
Ogni epoca è stata caratterizzata da mali diversi o ricorrenti, che la letteratura ha saputo trasportare sino a noi attraverso scritti dal forte impatto emotivo e storico, la cui rilettura regala momenti di riflessione pienamente attuali e nei quali ritrovarsi senza porre fatica alcuna al nostro sentire.

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Arthur Rimbaud

Scriveva così il poeta maledetto, Arthur Rimbaud, nella Francia di fine ‘800:

Il male (Le mal)

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
Fischiano tutto il giorno nell'infinito azzurro del cielo;
E scarlatti o verdi, accanto al re che li deride
I battaglioni crollano in massa nel fuoco;

...riferendosi al male che l’umano sa infliggere ai suoi simili, con un’accidia sprezzante ed un’algida indifferenza d’animo.
Arthur Rimbaud, cane sciolto in una società che elargiva regole ed etichette come fossero cioccolatini per bambini, riuscì a distinguersi (solo postumo e ormai leggenda) grazie al suo forte spirito rivoluzionario, un’anima irrequieta e sovversiva che lo spinse a gesti fuori da ogni morale e regola di buon costume, a sperimentare tutto ciò che di nuovo potesse presentarsi a suoi occhi e, non per ultimo, a scrivere versi sregolati, ma carichi di intensità vissuta in prima persona.
Sono colui che soffre e si è ribellato! – il male, il suo male, trasportato e velato fra le parole. E ancora: La vita è una farsa dove tutti abbiamo una parte. Come ad indicarci la sua logica pessimistica della società, e il male derivante dall’esterno.
Scriveva di lui, in un interminabile gioco tra bene e male, il suo amico-amante Verlaine: Se tu ti allontani anche un poco rinascono in me le bufere.

Vi è poi il poeta dalla veste più posata, che ritrova la forma del male nell’inanimato, nella natura, in tutto ciò che si inceppa, descrivendone metafore poetiche di grande impatto figurato, in cui l’autore vede momenti di crudeltà che riesce a contrastare con il bene attraverso lo strumento dell’indifferenza.

Ritratto di Eugenio Montale donelli

Eugenio Monale, di Gabriele Donelli

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato

…per l’autore, Eugenio Montale, questi versi disegnano l’epoca in cui è vissuto, il male portato all’uomo dalle guerre del ‘900, quel male definito cosmico, che tutto intacca senza sconti, ma che risparmia un piccolo bagliore di speranza verso un ipotetico domani al di sopra delle miserie umane. Al di fuori dell’Io.

 

Passando poi al poeta interrogativo e curioso, Friederich Nietzsche, altra interpretazione viene assegnata alla concezione di male.

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La casa di Friedrich Nietzsche, Sils (Engadina)

«Se guarderai a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te»…con i suoi interrogativi esistenziali e le sue risposte dal sapore retorico e tormentato, ha segnato la fine dell’800 e inizio ‘900, per poi tramandarsi sino ai giorni nostri attraverso la sua inestimabile capacità di pensiero, che cavalca senza nessuna difficoltà le moralità moderne.
«Non che tu mi abbia ingannato. Ma che io non ti creda più. Questo mi ha scosso»
Sviluppa la concezione del bene e del male con un approccio quasi metafisico, il suo metodo di osservazione sembra planare dall’alto sulle azioni, per poi scavare nel profondo delle emozioni.
«Chi ha un perché per vivere può sopportare ogni come»
«Viene definito una mente geniale, che non si vergognava di piangere» (Corriere della sera)
E ancora:
Nella solitudine, il solitario divora sé stesso.
Nella moltitudine. Lo divorano gli altri. Ora scegli.
Ecco: «Ora scegli».
Il male sta dentro di noi o attraversa noi?
Nietzsche si rivela misantropo e anche accondiscendente alla teoria del male di vivere.

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Sylvia Plath

Per lei, invece, la più famosa ed affascinante poetessa americana del ‘900, il male è rappresentato dall’esistenza stessa, e l’unica consolazione ad esso la penna e il foglio.
Nei versi della poesia Lady Lazarus Sylvia Plath scriveva:

Morire è un'arte, come qualsiasi altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale
io lo faccio che sembra un inferno
io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho vocazione.

Appena trentenne, già icona femminista, scrittrice, moglie delusa e madre di due figli, vive la sua vita alternando momenti felici a momenti di puro tormento. Le psicosi legate alla sua ossessiva ricerca della perfezione ed i numerosi diari scritti, diventano per lei le braccia a cui affidare le più intime verità e sofferenze.
«La mia vita è una disciplina, una prigione: vivo per il mio lavoro, senza il quale non sono niente. La mia scrittura. Nient’altro importa»
Quel male che le nasce «da dentro», dal connubio di una mente estremamente intelligente ed un cuore estremamente sensibile al punto, appunto, di fare male.
«La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo.»
Quel vivere di continuo bene e male, di sentire e soffocare…
«Le carezze sui graffi si sentono di più.»
«L'Uccello del Panico che mi sta sul cuore e sulla macchina da scrivere.»
…il tutto mescolato ad un ego smisurato, poco British, molto sanguineo:
«Ho bisogno di un flusso di vita, non di questa folata di favole.»
Silvya Plath, conclude la sua vita con la stessa metodicità, controllo e perfezione con cui l’aveva sempre condotta: suicidandosi.
Questo colloquio immaginario, tra grandi personalità degli ultimi due secoli, nulla serve se non a cercare di dare, attraverso i grandi pensatori della storia della letteratura, una risposta a tale interrogativo: tutto ciò che l’uomo ritiene dover definire male da che parte sta del nostro universo umano?
Si crea involontariamente ed inconsciamente con gli anni «dentro l’individuo» e verso l’individuo stesso (da quella parte del sé), oppure è il personale vissuto, e quindi le esperienze di vita di ogni singolo individuo, a crearne il concetto ed il sentire (dalla parte del voi)?

Il male dunque, e la sua interpretazione, visti e percepiti come una vera e propria entità, da cui saper prendere le giuste distanze interiori ed esteriori. Per sopravvivere ad esso e con esso fino alla fine dei nostri giorni.

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